A Sarajevo,
in questa primavera 1992,
tutto è possibile;
fai la coda per comprare il pane
e ti ritrovi al Servizio Traumatologia
con una gamba amputata.
E dopo asserisci
d’aver avuto anche fortuna.
(Izet Sarajlić, storico, filosofo e poeta bosniaco)
È difficile parlare di Sarajevo. Impossibile, credo, riuscire a trasmettere l'insieme di contrastanti emozioni che si prova camminando per le vie, attraversando i suoi ponti, inerpicandosi sulle sue colline.
Quel che resta è la sensazione di una città ferita, che, anche se fa di tutto per riprendersi, anche se è tornata vitale, un insieme nuovamente - abbastanza - armonico di culture e religioni diversissime tra loro, un insieme eterogeneo di popoli, rimane comunque schiacciata dal terribile fantasma della guerra fratricida che la vide protagonista negli anni Novanta. Lo si nota dai fori che ancora crivellano case e palazzi, dalle "rose di Sarajevo", macchie di colore rosso sparse per la città, proprio a forma di rosa, ma che altro non sono che i segni dei colpi di mortaio e delle bombe cadute in quel punto, falciando vite senza pietà.

Lo si nota dai cimiteri, sparsi in tutta la città, spesso senza soluzione di continuità. Le lapidi candide svettano in mezzo alle case dei vivi, i morti aleggiano nella quotidianità frenetica della città da ogni angolo. I cimiteri più grandi sono quelli del Kosevo e di Alifakovac, senza contare quello antichissimo ebraico, il secondo più grande in Europa subito dopo quello di Praga, ma davvero si incrociano tombe ovunque, camminando per Sarajevo. E le date di morte sono praticamente tutte le stesse: dal 1992 al 1996.
Durante la guerra era difficile pure morire. I funerali erano solo un pretesto in più per i cecchini per sparare sulla folla, mietendo ulteriori vittime. In quegli anni i morti venivano quindi seppellite in segreto, di notte, nei parchi, nello stadio, in ogni angolo libero di terreno. Persino piangere i propri defunti era negato ai cittadini di Sarajevo, durante il terribile e logorante assedio.
Ogni tomba, come sempre, anche in questo caso ha una sua storia che meriterebbe di essere raccontata e ricordata. Vorrei, però, soffermarmi su una in particolare. Si tratta di una lapide di marmo a forma di cuore, si trova nel cimitero chiamato "del Leone" e narra la storia di due giovani ragazzi, Admira Ismić e Boško Brkić, nati entrambi nel 1968, ma di nazionalità e religioni diverse: lei bosniaca mussulmana, lui serbo ortodosso.
Questo non impedì loro di innamorarsi sin da giovanissimi, all'età di 16 anni, ad una festa di Capodanno, dove si diedero il loro primo bacio. D'altra parte, prima della terribile guerra degli anni Novanta, a Sarajevo davvero la convivenza tra popoli e religioni diversi era totalmente pacifica, e, oltretutto, la città stava passando un periodo particolarmente florido, essendo stata anche la sede dei giochi olimpici invernali del 1984.
Come ogni giovane coppia, Admira e Boško vivevano il loro amore andando al mare, a feste, chiacchierando per ore nei bar di Sarajevo, facendo progetti di matrimonio, sognando figli e una vita felice, sempre insieme.
Il loro amore non venne meno con l'inizio dell'odio etnico e dell'assedio, pur essendo, in teoria, appartenenti a due parti contrapposte. Il loro legame, per loro, era al di sopra di tutto questo. I due giovani, però, si resero ben presto conto che non c'era futuro per loro in quella città martoriata.
Decisero quindi di progettare una fuga: andarsene il più lontano possibile da quella terra così bella, ma insanguinata dall'odio e dalla morte. Era la primavera del 1993. Salutarono commossi i genitori di lei, presso cui vivevano, e si diressero ad abbracciare per l'ultima volta la famiglia di lui, nella parte serba della città, prima di fuggire il più lontano possibile dagli orrori della guerra. Presero accordi con tutte le parti per poter passare senza problemi, ma non bastarono.
Così, nel caldo pomeriggio del 18 maggio 1993, mentre correvano tenendosi per mano vicino al ponte Vrbanja, nella "terra di nessuno", un cecchino, non si è mai capito di quale schieramento, sparò su di loro, a due passi dalla salvezza. Il primo ad essere colpito fu Boško, che morì sul colpo, accasciandosi al suolo. Immediatamente dopo venne colpita Admira. Cadde con un urlo, si trascinò piangendo accanto all'amore della sua vita e morì, abbracciata a lui, circa dieci minuti dopo, spegnendo per sempre il loro sogno di una vita insieme.
Non fu subito possibile recuperare i corpi. Solo dopo otto giorni, finalmente, si stabilì una tregua, e i due innamorati vennero pietosamente recuperati dai prigionieri della parte serba e sepolti nel cimitero di Lukavica.
Finita la guerra, nel 1996, i genitori di Admira riesumarono le salme e li riportarono nella loro Sarajevo, donando loro una sepoltura comune più dignitosa.
La loro storia fece il giro del mondo, diventando il simbolo dell'amore che vince ogni differenza, odio e guerra. Soprannominati "Romeo e Giulietta di Sarajevo", sono stati fonte di ispirazione per canzoni, film, documentari e libri, in patria, ma non solo.
La canzone più famosa su di loro in Bosnia è quella del gruppo rock Zabranjeno Pušenje, scritta nel 1993. Un passaggio della canzone recita queste parole:
"Ma quale Giulietta, ma quale Romeo, nessuno si è amato tanto
e nessuno tanto si amerà,
finché scorrerà l’acqua della Miljacka.
E chiediti quando accadrà ancora,
sul piccolo pianeta infelice,
che due cuori si tocchino
e pongano l’amore al di là delle bandiere."
Persino in Italia questa struggente storia viene presa ad ispirazione, per esempio, per la canzone del 1997 "Un volo d'amore" degli Stadio, i quali scrivono, alla fine del loro video musicale, girato proprio a Sarajevo:
"Questa storia è dedicata ad Admira e Boško
e a tutti quei ragazzi che con il loro amore
sono stati più forti della guerra"
L'assedio di Sarajevo durò ben 1425 giorni. In questo periodo rimasero uccise 11.541 persone, di cui 1.601 bambini, senza contare i numerosi feriti e invalidi di guerra, circa 50.000.

Sarajevo e la Bosnia non sono mai più tornate quelle di prima: gli odi non si sono mai più sedati completamente e i vari popoli raccontano la loro personale versione dei fatti, lasciando serpeggiare ancora oggi rancori e volontà di rivalsa.
Solo a Sarajevo, lentamente, sta tornando quel clima di pacifica convivenza che la caratterizzava prima degli anni Novanta e si può nuovamente respirare l'atmosfera multietnica e variopinta di una città ricca di Storia e di cultura che si è meritata a pieno titolo l'appellativo di Gerusalemme europea.
Chiunque visiti la capitale della Bosnia non può che restarne totalmente ammaliato, conquistato dall'innata gentilezza, dall'orgogliosa tenacia e dall'insolita - soprattutto di questi tempi - tolleranza che dimostrano i suoi abitanti. Ogni angolo nasconde un pezzo di Storia, e non solo della guerra degli anni Novanta, avendo la città una storia millenaria ed essendo da sempre un crocevia di popoli diversi e il centro di sanguinose guerre, ma anche di scambi e incontri culturalmente arricchenti e stimolanti. Viaggiatori, scrittori e poeti descrivono da secoli Sarajevo come una delle città più belle del mondo, spesso non riuscendo nemmeno davvero a spiegare completamente cosa vi sia di tanto magico e meraviglioso in essa da instillare dentro al cuore di ognuno il desiderio di tornare a visitarla di nuovo... ma credo che chi vi sia stato almeno una volta nella vita sappia esattamente di che sensazione si stia parlando.
Bibliografia/links/photo credits:
Azerina i Safer Muminovic, Sarajevo - Tunnel della salvezza, Libris d.o.o., 2016
http://ricerca.repubblica.it/
http://www.pogled.ba/clanak/
http://www.balkanplus.net/
http://ventiblog.com/verona-
https://www.rferl.org/a/
https://www.klix.ba/vijesti/
https://meetbosnia.com/memoriam-kurt-schork/
https://www.tvprogram.rs/dokumentarni/kvadratura-kruga-bosko-i-admira-sarajevo.a88.html





























