Quando si entra nel Memoriale e cimitero di Srebrenica-Potočari, ciò che colpisce non è il silenzio, quello che si avverte in ogni cimitero del mondo. A Srebrenica si odono qua e là, tra quelle sterminate e slanciate tombe bianche tutte uguali, sommessi pianti, salmodie e lamenti, soffocati il più possibile per rispettare il silenzioso rispetto che il luogo impone, ma comunque si sentono e sono come stilettate che arrivano dritte al cuore.
A Sarajevo, in questa primavera 1992, tutto è possibile; fai la coda per comprare il pane e ti ritrovi al Servizio Traumatologia con una gamba amputata. E dopo asserisci d’aver avuto anche fortuna. (Izet Sarajlić, storico, filosofo e poeta bosniaco)